Archivi tag: Paperino e il nipote ideale

Io che lo disegno vi racconto come porta i suoi 50 anni

Di Romano Scarpa tratto da L’Unità del 29/01/1984.

Uno dei «papà» italiani di Donald Duck ne descrive ribellioni, sconfitte e piccole vittorie.

Anni fa era toccato a Topolino, adesso è la volta del non meno celebrato Paperino, nell’originale disneyano, Donald Duck: anche lui sta per toccare il mezzo secolo! Fa sensazione, come quando leggiamo di sostanziosi compleanni di attori e registi, che amiamo e che ci dispiace veder invecchiare, anche perché… li seguiamo a ruota.

La buona sorte dei grandi personaggi disegnati sulla carta e sulla celluloide (materie prime della loro esistenza editoriale e cinematografica) è chiaramente quella di non recare i segni del tempo. Subiscono delle trasformazioni solo perché cambiano i loro esecutori o autori. Ma i tratti caratteriali, l’età, lo stato sociale non possono mutare, anche perché noi tutti li vogliamo e li facciamo restare così.

Ho conosciuto Paperino quando eravamo bambini tutti e due, nell’anteguerra, sul settimanale «Topolino» e nelle affollattissime «mattinate» che i cinema dedicavano a Walt Disney, prima che il conflitto abbrunasse gli schermi. Mi affezionai talmente a quei personaggi da riuscire ad ottenere, tanto tempo dopo, l’onore e l’onere di esserne uno dei più fedeli «continuatori», per conto della Mondadori Editore e previ accordi con gli Studi Disney. Così, si dà il caso che su 50, ben 30 dei turbolenti anni del papero Donaldo io li abbia vissuti con lui e il suo entourage. E la cosa continua.

Mi succede tuttora di stare molto più tempo in sua compagnia che con qualsiasi altro amico in carne ed ossa, senza annoiarmi mai. «Insieme» viviamo avventure esotiche, poliziesche, fantascientifiche, archeologiche, parodistiche e via dicendo. (Sono anche il solo, in Italia e fuori degli USA, ad aver realizzato un cartone animato disneyano con Donald Duck fra gli interpreti). Pigro, infingardo, iroso, credulone: non è che una parte dei suoi innumerevoli e ben noti tic. Magari io gliene modero qualcuno o gliene trasmetto di miei: pessimismo, sentimentalismo…

Ma da dove nasce una storia di Paperino, che il lettore consuma in dieci minuti e che a me costa un mese di lavoro? Spesso, seguendo i giornali. Se leggo che in una parte del mondo si fa una scoperta o un’invenzione o avviene un fatto misterioso, subito mi metto nei panni alla marinara del mio amico Paperino, guardo la cosa con i suoi occhi tondi, atteggio il becco, cioè, la bocca, a espressione rimuginante… e se il fatto si adatta a me, cioè a lui, ne ricavo un buon soggetto. Non è un lavoro rilassante. Con la penna e la matita, congeniare situazioni e gag a dimensione di papero — e quel papero! — infonde l’argento vivo, scuote, porta a incontenibili ilarità o a cupi abbattimenti: alle sue reazioni, cioè. Naturalmente, c’è un principio-base da seguire. Se per Topolino servono intrecci nei quali il prode sbroglia la matassa e trionfa, per Paperino la costruzione della trama è in negativo: lui deve risultare perdente quando non catastrofico. La sua collera finale si stempera nella filosofia della rassegnazione.

Detto in un orecchio, ogni tanto mi sforzo di dargli una mano, con qualche eccezione che confermi la regola ma lasci al nostro un briciolo di speranza. Due soli esempi. In «Paperino e il nipote ideale» egli si riscatta con pieno merito agli occhi critici di zio Paperone, sconfiggendo clamorosamente il tronfio Baldo Papero. Nei panni di Marco Polo è tanto leale verso Kublai Khan da ricusare rudemente, (molto alla Bogart), le allettanti profferte della principessa Kokacin. Butterà perfino la «tavola d’oro del comando». Ne otterrà una ricompensa addirittura, forse soprannaturale! Mi piace, insomma, che ogni tanto vinca anche lui. Ma… c’è poco da illudersi, se una ne fa, cento ne disfa. È il suo destino, è il suo vizio congenito. Ed è così che ci piace.
Con le sue esilaranti nevrosi, ribellioni, indiscipline, Paperino-Donald Duck, creazione fra le predilette di Walt Disney, rimarrà una delle più emblematiche «maschere» del Ventesimo secolo. Ed è con stagionato affetto che gli faccio qui i miei personali, calorosi auguri di un buon… Duemila!